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Lunedì 12 Gennaio 2026

La terra di mezzo e il terrore del calo delle battute

Non è un episodio del Signore degli Anelli. Nel vending, la terra di mezzo è rappresentata dall’insieme di tutte quelle locazioni che battono troppo per essere servite tramite l’OCS e troppo poco per giustificare l’installazione del vending tradizionale. I confini di questo territorio sono cambiati profondamente nel corso degli anni, soprattutto per l’arrivo, da un lato, delle table top e, dall’altro, dell’OCS evoluto, soluzioni pensate proprio per intercettare fasce di mercato intermedie.

La terra di mezzo oggi esiste ancora e, in grande sintesi, con tutte le eccezioni del caso, si colloca tra le 200 e le 300 battute caffè mese. Da 0 a 100 c’è l’OCS base, da 100 a 200 l’OCS evoluto, da 300 a 500 le table top, sopra le 500 il vending tradizionale. Una suddivisione empirica, ma che fotografa abbastanza bene la realtà operativa di molte gestioni.

Che macchina installare nella terra di mezzo è sempre stato un problema. Qualche fenomeno, che poi spesso si è fatto male, ci ha piazzato free standing chiaramente sovradimensionate, macchine che il cliente gradisce, ma che poi pretende per sempre. La maggior parte dei gestori strutturati ha invece affrontato il tema con le table top, facendo grande attenzione a passaggi e prezzi e spesso optando per macchine già ammortizzate. Una scelta comprensibile, ma che di fatto ha impedito all’OCS evoluto di trovare spazio proprio dove, probabilmente, sarebbe stato più appropriato e gestibile.

Il risultato è stato quello di avere decine di migliaia di locazioni in tutta Italia servite con macchine troppo grandi rispetto alle battute reali. Una fragilità strutturale che può reggere solo in uno scenario di crescita costante dei consumi. Quando le battute aumentano, il problema resta sotto traccia. Quando iniziano a calare, la situazione diventa rapidamente drammatica.

Purtroppo il 2024 e il 2025, sul fronte dei consumi, non sono andati bene. Migliaia di locazioni che stavano nella terra di mezzo si sono impoverite, scendendo sotto le 200 battute mese, in alcuni casi anche molto sotto. A quel punto le opzioni per i gestori erano sostanzialmente tre: ritirare le macchine e installare un OCS, perdere il cliente oppure fare finta di niente. Chi non ha fatto una scelta ha semplicemente sbagliato.

Da qui si sono generati due effetti negativi. Il primo riguarda i gestori virtuosi che hanno ritirato le macchine e si sono ritrovati con decine, a volte centinaia, di distributori rientrati in magazzino. Un parco usato che riduce drasticamente la propensione a investire in macchine nuove e che va a complicare ulteriormente un quadro già pesante per i fabbricanti. I giri del tradizionale sono diminuiti e qualche ARD è già saltato o rischia di esserlo a breve.

Il secondo effetto riguarda invece i gestori incoscienti che, pur di fare un cliente, sono entrati in locazioni sotto le 200 battute installando macchine totalmente inappropriate. Se sono macchine buone, non recupereranno mai l’ammortamento. Se sono macchine molto usate, difficilmente riusciranno comunque ad andare in pari, offrendo nel frattempo un servizio scadente, con tutte le conseguenze del caso.

In realtà la terra di mezzo non è diventata improvvisamente ostile. Semplicemente ha smesso di perdonare. Per anni è stata raccontata come una fascia elastica, dove si poteva forzare una macchina in più, un investimento un po’ più grande, un’aspettativa di crescita mai davvero scritta su carta. Finché le battute tenevano, tutto funzionava. Appena hanno iniziato a scendere, è emerso che sotto non c’era un progetto industriale, ma una scommessa. Oggi quella scommessa la stanno pagando i gestori con i piazzali pieni di macchine rientrate, i fabbricanti con ordini che si assottigliano e gli ARD con posti di lavoro sempre meno garantiti. La terra di mezzo non è un errore di mercato. È lo specchio di come il vending, per troppo tempo, ha preferito non guardare in faccia i propri numeri.

Julius Meinl a SIGEP 2026: cultura del caffè e innovazione sostenibile

Julius Meinl conferma la propria partecipazione a SIGEP Rimini 2026, in programma dal 16 al 20 gennaio 2026. La storica torrefazione viennese, con cuore produttivo in Italia, sarà presente al Padiglione B1, Stand 034, con uno spazio dedicato al racconto della cultura del caffè viennese in chiave contemporanea, tra attenzione al prodotto e impegno sulla sostenibilità, come indicato nel comunicato stampa diffuso dall’azienda

Al centro della proposta in fiera ci sarà la gamma The Originals Bio Fairtrade, linea che esprime la visione Julius Meinl in termini di qualità premium, responsabilità ambientale e attenzione sociale lungo tutta la filiera. La gamma ha recentemente ottenuto il riconoscimento “Torrefazione Bio” nella Guida dei Caffè e delle Torrefazioni d’Italia 2026 del Gambero Rosso, premio assegnato alle realtà che si distinguono per coerenza etica e produttiva dell’intera offerta

All’interno della stessa guida, alcune miscele Julius Meinl hanno ricevuto valutazioni con il sistema dei macinini: tre macinini a Danube Delight nella categoria Espresso e a Belvedere Blend macinato nelle categorie Moka, Filtro e Cold Brew. Un risultato che conferma, secondo quanto riportato nel comunicato, l’attenzione alla qualità sensoriale e alla precisione della tostatura che caratterizzano la linea The Originals Bio Fairtrade

La gamma, certificata Biologica e Fairtrade, comprende tre referenze distinte per profilo aromatico e provenienti da piantagioni certificate in Nicaragua, Honduras, Perù e Messico. Accanto ai formati in grani da 1 kg per il servizio professionale, sono disponibili anche i macinati da 500 g di Belvedere Blend e Danube Delight, confezionati in pack sostenibili e riciclabili. L’offerta Julius Meinl include inoltre soluzioni in capsula dedicate al canale Ho.Re.Ca. e hotellerie

Venerdì 9 Gennaio 2026

L’erba cattiva non muore mai. Fantavending compie 16 anni!

Il primo gossip di Fantavending è uscito nel nostro sito internet il 9 gennaio 2009. Un’altra epoca, un altro vending, un altro modo di fare informazione. Niente social come oggi, qualche comunicato da copiare e incollare, poche immagini, ma tante voci che giravano nei corridoi, nelle pause caffè, nelle telefonate serali. Fantavending nasce così, come spazio libero e anonimo dove raccontare quello che nel settore si diceva ma non si scriveva.

Sedici anni dopo il contesto è cambiato radicalmente. Il vending si è concentrato, si è venduto ai fondi, si è messo a parlare il linguaggio delle presentazioni, dei rating, delle strategie. Le macchine sono diventate smart, le transazioni sono tracciate, i dati viaggiano in tempo reale e il risultato di questa entusiasmante evoluzione è che da ricco è diventato un settore più povero.

Insomma ci siamo persi un pezzo da qualche parte, qualcosa non torna e non è scritto in nessun report redatto dai fenomeni che pretendono di analizzare questo strano mondo dal di fuori.

Per questo dopo 16 anni siamo ancora qui e abbiamo ancora la voglia di capire cosa succede dietro le quinte, prima che qualunque voce diventi notizia ufficiale, senza fare processi, senza pretendere verità assolute, ma dando spazio a un punto di vista che quasi sempre anticipa i fatti o almeno aiuta la nostra numerosissima community a leggerli con meno ingenuità.

Non è stata una strada comoda. Il gossip dà fastidio per definizione, soprattutto quando intercetta nervi scoperti. Ma Fantavending continua ad uscire ogni giorno, senza cercare di piacere a tutti, ma solo di restare coerente con la propria voce e con i lettori che continuano a scrivere, segnalare, dissentire.

Sedici anni dopo quel 9 gennaio 2009, Fantavending resta quello che è sempre stato. Un osservatorio indipendente sul vending italiano, un posto dove si può leggere quello che altrove non trova spazio, diserbato dalla versione “ufficiale” dei fatti, costruita senza sbavature a tavolino. Noi andiamo in direzione opposta. Siamo l’erba cattiva che non muore mai.

EPTA al SIGEP 2026 con le soluzioni Iarp per Ho.Re,Ca. e foodservice

A pochi giorni dall’apertura del SIGEP 2026, EPTA conferma la propria presenza a Rimini con uno spazio espositivo dedicato al foodservice dolce e alle tecnologie di refrigerazione professionale. L’appuntamento è dal 16 al 20 gennaio nel quartiere fieristico riminese, allo stand 053, Hall A3, dove il Gruppo porterà in scena una selezione di soluzioni a marchio Iarp, storicamente focalizzato su gelateria, pasticceria e caffè.

Il concept scelto per questa edizione ruota attorno al messaggio “Beyond Innovation: The Epta Sustainable System”, con uno stand pensato come ambiente indoor–outdoor realistico, progettato per simulare contesti operativi differenti. Un’impostazione che consente di valutare dal vivo le prestazioni dei banchi e dei freezer in condizioni d’uso concrete, con particolare attenzione alla visibilità del prodotto, all’ottimizzazione dei consumi e all’efficienza energetica, temi sempre più centrali anche nel mondo del foodservice.

Tra i focus tecnologici annunciati, Epta mette l’accento sulle soluzioni progettate per la classe climatica 5, in grado di mantenere performance elevate anche in presenza di temperature ambientali particolarmente sfidanti. Un aspetto rilevante per un settore che lavora spesso in contesti ad alta sollecitazione termica e che richiede affidabilità costante, soprattutto nei picchi stagionali tipici di gelaterie e pasticcerie.

La partecipazione al SIGEP si inserisce in un percorso più ampio di presidio delle fiere chiave del comparto Ho.Re.Ca. e foodservice, dove Epta utilizza il palcoscenico espositivo non solo per mostrare nuovi prodotti, ma anche per raccontare una visione di sistema che integra tecnologia, sostenibilità e approccio consulenziale.


Giovedì 8 Gennaio 2026

Perse 2400 attività in Veneto, ma la desertificazione non dipende dagli H24

Il presidente regionale di Confcommercio Veneto, Patrizio Bertin, ha lanciato un allarme preoccupante. In un solo anno, secondo i dati dell’Ufficio studi dell’associazione, in Veneto sarebbero scomparse circa 2.400 attività del terziario, un numero che fotografa una desertificazione commerciale ormai strutturale e destinata, se il trend non cambierà, ad aggravarsi ulteriormente nei prossimi anni.

Il fenomeno riguarda in modo trasversale centri storici, quartieri periferici e piccoli comuni, con migliaia di negozi sfitti e intere aree urbane che perdono progressivamente funzioni economiche e sociali. È un processo che non nasce oggi e che non può essere spiegato con una singola causa. Eppure, nel dibattito pubblico, soprattutto quando si parla di tutela dei centri storici, continua a riemergere una lettura semplificata che individua negli esercizi H24 un bersaglio privilegiato.

Ordinanze restrittive e limiti alle aperture notturne vengono spesso presentati come strumenti di contrasto al degrado urbano, lasciando intendere che la presenza di attività aperte 24 ore su 24 sia una delle concause dello svuotamento del commercio tradizionale. Una narrazione efficace sul piano comunicativo, ma che rischia di confondere effetti e cause. La desertificazione del commercio ha radici molto più profonde, legate all’aumento dei costi fissi, agli affitti non sostenibili, alla contrazione dei consumi e a una burocrazia che pesa soprattutto sulle imprese più piccole.

A questo si aggiungono scelte urbanistiche che negli anni hanno reso sempre più complesso raggiungere i centri cittadini, tra cantieri permanenti, limitazioni alla mobilità e riduzione dei parcheggi. In un contesto di questo tipo, gli H24 non rappresentano la causa del problema, ma semmai una risposta a una domanda di servizi continui che il commercio tradizionale fatica sempre più a intercettare.

Continuare a colpire gli H24 non fermerà la desertificazione commerciale. Senza interventi su costi, accessibilità e politiche urbane, le chiusure continueranno a crescere, indipendentemente dagli orari di apertura.

Il governo cambia caffè, Palazzo Chigi archivia Nespresso e sceglie Lavazza

Dopo mesi di polemiche e ironie, la Presidenza del Consiglio archivia definitivamente la parentesi Nespresso e vira su una soluzione tutta italiana. Nelle stanze del governo arrivano le capsule Lavazza, con una fornitura che viene veicolata da IVS Italia.

Secondo la documentazione richiamata dalla stampa, l’ordine riguarda una fornitura stimata in circa 70 mila capsule all’anno, con una richiesta complessiva che arriva fino a 96.982 pezzi per coprire le scorte del 2026. Tradotto in consumi, significa poco meno di 300 caffè al giorno, che salgono verso quota 400 se si considera il livello massimo di stock previsto.

Anche i costi sono messi nero su bianco. Il valore unitario indicato è di 0,46 euro a consumazione, comprensivo di bicchierino, paletta e zucchero. L’affidamento è strutturato su un contratto biennale con possibilità di estensione al terzo anno, per un importo complessivo che si colloca intorno ai 135 mila euro.

Mercoledì 7 Gennaio 2026

Il comune di Milano e i suoi 638 distributori salutisti. Gara piena di contraddizioni

Il Comune di Milano vuole trasformare i distributori automatici degli uffici comunali in una vetrina di alimentazione sana e sostenibile. L’intenzione, sulla carta, è anche condivisibile. Il punto è che il vending non è un convegno o un tavolo politico, è un servizio retail a rotazione rapidissima, dove i consumi reali, quelli quotidiani, li fanno quasi sempre le bevande e gli snack “di conforto” che qui finiscono inevitabilmente in secondo piano. E quando si costruisce un capitolato che decide a monte cosa è giusto mangiare, si fa educazione a colpi di invenduto.

Il problema non è la frutta o lo yogurt in sé, il problema è la compatibilità con il canale. I prodotti freschi hanno vincoli, scadenze, temperature, tracciabilità, rotazioni, resi, e soprattutto hanno un tasso di rischio enorme se la domanda non è stabile. Il vending in ufficio vive di picchi e di vuoti, ferie, chiusure, smart working, riunioni, cantieri, traslochi interni. Riempire macchine con referenze che “non girano” significa aumentare le rotture di stock sulle poche cose che la gente compra davvero, mentre il resto resta lì, invecchia, scade, va buttato. È sostenibilità al contrario, perché conta anche lo spreco di prodotto e la logistica necessaria per inseguire assortimenti fragili.

C’è poi una contraddizione economica che nel pubblico spesso si finge di non vedere. Il concessionario deve reggere costi di gestione, manutenzione, reintegro, igiene, energia, sistemi di pagamento, assistenza, e lo fa con margini che dipendono dai volumi. Se togli volumi perché imponi un assortimento distante dai gusti reali, o li sposti su referenze più lente, il servizio si regge peggio, non meglio. E quando il servizio si regge peggio, la qualità vera scende: macchine meno curate, interventi più tirati, meno presenza, più contestazioni. Alla fine pagano tutti, soprattutto l’utente, che si trova davanti una macchina “bella in capitolato” e vuota nella pratica.

Nel capitolato la lista dei prodotti “virtuosi” è lunghissima: biologico e commercio equo e solidale, yogurt e prodotti freschi, frutta fresca o essiccata, alimenti senza glutine certificati, prodotti per persone con diabete o intolleranze alimentari, proposte a ridotto contenuto di grassi saturi e ricche di fibre, oltre a opzioni vegane e vegetariane. A fianco di food e beverage, è prevista anche un’offerta di beni di conforto di natura igienico-sanitaria.

La seconda gamba del progetto è ambientale. Tra i criteri premianti compaiono filiera corta, distributori di nuova generazione a basso consumo energetico e mezzi di consegna a ridotte emissioni. È inoltre indicato l’obbligo di utilizzare bicchieri e palette biodegradabili e compostabili per le bevande calde, con l’obiettivo dichiarato di ridurre rifiuti e plastica monouso negli uffici pubblici.

A nostro avviso è un appalto insostenibile che rischia seriamente di andare deserto. Ci permettiamo quindi di dare un consiglio al Comune. La strada più intelligente non è fare la guerra al prodotto più venduto, è costruire un equilibrio. Se Milano vuole spingere salute e sostenibilità, lo faccia con un modello realistico e non irrealistico come questo...

La RAI gira una fiction nella sede di Gruppo Illiria

La RAI ha scelto la sede di Gruppo Illiria come location per una fiction in due puntate, in onda su Rai 1. Un’intera produzione televisiva nazionale ambientata negli spazi aziendali di una gestione vending, senza ricostruzioni in studio.

La fiction si intitola "Se fossi te" e vede come protagonisti Marco Bocci (in foto nel backstage con Mario Toniutti, AD di Gruppo Illiria ) e Laura Chiatti. Questa sera va in onda la seconda e ultima puntata.

Per una volta il vending diventa luogo narrativo, uno spazio reale di lavoro e di vita quotidiana scelto dalla RAI come ambientazione di una storia destinata al grande pubblico. Una scelta insolita per una fiction che valeva la pena segnalare.

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