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Lunedì 9 Febbraio 2026

Iperammortamento, salta il “made in Ue”. Il tradimento di Confindustria.

Il “made in Ue” sull’iperammortamento è saltato. Non ridimensionato, non ammorbidito, proprio cancellato. L’annuncio è arrivato a Telefisco 2026, dove il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha spiegato che le limitazioni territoriali sui beni agevolati verranno eliminate e che l’agevolazione potrà essere fruita indipendentemente da dove viene prodotto il macchinario oggetto dell’investimento. Una svolta secca, che archivia mesi di discussioni e ribalta l’impianto originario della misura.

Fino a poco tempo fa il vincolo europeo veniva presentato come un principio qualificante, quasi identitario per salvaguardare le produzioni Made in Italy. Poi, nel giro di poche settimane, è diventato il problema principale da risolvere. Nel mondo industriale, però, questa conclusione non sorprende nessuno. Da tempo, all’interno del sistema Confindustria, si erano accumulati dubbi pesanti sulla reale fruibilità dell’iperammortamento con il vincolo “made in Ue”. Non osservazioni marginali, ma una critica di sostanza, legata alla struttura stessa delle filiere produttive e tecnologiche.

Applicare un requisito territoriale significava rendere l’incentivo difficilmente utilizzabile da una parte significativa delle imprese di Confindustria. Una contraddizione che diverse articolazioni del sistema industriale avevano segnalato, parlando apertamente di rischio di inefficacia.

Ed è qui che nasce il sospetto. Pubblicamente prudenza, nei fatti, però, il risultato finale va esattamente nella direzione auspicata da chi quella clausola la considerava un errore fin dall’inizio. Il “made in Ue” cade senza compromessi e senza soluzioni intermedie. Nessuno rivendica la scelta, nessuno si attribuisce la paternità della correzione, ma il copione è quello classico.

Nel settore c’è chi parla apertamente di un gioco delle parti. Dubbi espressi, distinguo pubblici, prese di distanza formali. Poi, sotto traccia, la pressione per arrivare al risultato finale. Confindustria evita di metterci la faccia, ma porta a casa ciò che chiedeva da tempo. Il Governo corregge la misura, la clausola cade, e tutti possono continuare a dire di non aver mai davvero spinto.

C’è però un soggetto che in questa partita appare sconfitto. Assoprisma, l’associazione nata all’interno della Federazione ANIMA di Confindustria per rappresentare i produttori italiani del vending e del retail automatico, fondata solo quattro mesi fa da cinque grandi aziende del settore con una missione dichiarata, rafforzare la presenza e la voce del made in Italy sui mercati globali, valorizzando innovazione, qualità industriale e meccatronica italiana. Proprio mentre prendeva forma una rappresentanza pensata per presidiare questi temi all’interno del sistema confindustriale, la clausola che avrebbe dovuto premiarli viene archiviata senza esitazioni. Se c’è qualcuno per cui si può parlare davvero di tradimento, non sono le imprese che importano tecnologia da fuori Europa, ma chi ha lasciato che una battaglia come questa venisse silenziosamente abbandonata. In questo senso, più che una semplice correzione normativa, l’addio al “made in Ue” assomiglia a uno schiaffo silenzioso alle cinque aziende che hanno creduto in Assoprisma, uno schiaffo di quelli che non fanno rumore ma fanno male, soprattutto a chi aveva investito credibilità, rappresentanza e capitale industriale sull’idea che quella battaglia, dentro Confindustria, fosse davvero condivisa.

Evoca, esce Jochen Fabritius: Norman Rafael nuovo CEO

Evoca Group ha ufficializzato il cambio al vertice: dal 5 febbraio 2026 Norman Rafael è il nuovo Chief Executive Officer, mentre Jochen Fabritius ha lasciato il ruolo di CEO e, una volta completate le necessarie approvazioni societarie, assumerà quello di Chairman. Il passaggio rientra nel piano di successione annunciato il 31 marzo 2025.

Rafael arriva alla guida dopo aver ricoperto il ruolo di Chief Operating Officer. Il Consiglio ringrazia Fabritius per la fase di trasformazione e rafforzamento operativo, formula che nel dizionario industriale significa lavorare più su struttura, costi, efficienza e disciplina economica che sulla crescita.

Nel vending questo schema lo abbiamo già visto: fasi di razionalizzazione spinte, attenzione quasi chirurgica ai KPI, struttura alleggerita, processi più rigidi e, spesso, ricambio o ridimensionamento di figure storiche che avevano caratterizzato le fasi precedenti. È un modello che serve a rimettere in carreggiata l’azienda, ma non sempre garantisce automaticamente la fase successiva di sviluppo, soprattutto quando la discontinuità organizzativa è molto marcata. Nei processi di forte razionalizzazione, la riduzione o il ricambio delle figure storiche può modificare equilibri interni e patrimonio di competenze sedimentato nel tempo. L’identità di un’azienda è anch’essa un asset industriale e, quando le ristrutturazioni incidono in profondità sugli assetti manageriali, il rilancio non è più solo una questione di numeri: occorre ricostruire coesione, visione e cultura operativa, passaggi che nei cicli del vending si sono rivelati tutt’altro che automatici.

Ed è qui che inizia la partita di Rafael. Perché una macchina più efficiente non basta se non torna anche a spingere sui ricavi, in un mercato delle soluzioni professionali per il fuori casa che non regala niente a nessuno. Il nuovo CEO si trova quindi davanti a una sfida complessa: difendere il lavoro fatto sull’efficienza e riattivare allo stesso tempo le leve della crescita.

Infatti, sul piano finanziario, Evoca presenta una struttura tipica dei gruppi industriali cresciuti anche attraverso operazioni di finanza straordinaria, con una leva che obbliga l’azienda a mantenere un equilibrio costante tra redditività e volumi. Con un Adj. EBITDA che negli ultimi dati disponibili (9 mesi) evidenzia un calo del 16%, la sostenibilità del Gruppo dipende in modo diretto dalla capacità di mantenere margini solidi e continuità di ricavi. Non è una configurazione fuori mercato per realtà di queste dimensioni, ma è un modello che offre meno margine di errore rispetto a strutture più leggere e che, in presenza di una recessione prolungata, renderebbe fisiologico intervenire su costi o organizzazione per preservare l’equilibrio finanziario.

 


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