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Lunedì 19 Gennaio 2026

Il resto da 1,60 euro e una sentenza che vale 18 mensilità

Nel mondo del vending sappiamo che il caffè in azienda non è un semplice caffè. E' un momento di pausa, un rito, una chiacchiera con un collega e a volte uno sfogo. A Brescia, però, una singola consumazione ha fatto un salto di categoria ed è finita dritta in tribunale, con un conto finale decisamente salato per l’azienda.

La storia è semplice, quasi banale. Pausa caffè, resto che non torna, 1,60 euro in ballo. Il giorno dopo, alla presenza del tecnico, il lavoratore recupera le monetine. Un collega lo vede, si accende una discussione, la voce arriva fino all’ufficio del personale. Lì dove, di solito, le vicende dovrebbero spegnersi, questa invece prende quota.

Nel dubbio che quel recupero fosse stato davvero autorizzato, il dipendente restituisce i soldi. Fine della storia? Neanche per sogno. Dopo circa due settimane arriva il colpo secco, licenziamento per giusta causa, con l’accusa di appropriazione indebita. Nel fascicolo finiscono anche presunti atteggiamenti intimidatori verso il collega, che però, messi sotto la lente del giudice, si rivelano più coloriti che minacciosi.

Il Tribunale di Brescia non ha avuto molti dubbi nel definire il provvedimento “del tutto sproporzionato”. Il rapporto di lavoro resta chiuso, perché il dipendente non chiede la reintegrazione, ma l’azienda viene condannata a pagare 18 mensilità di indennizzo. Tradotto, quel caffè con un esto da 1,60 euro diventa uno dei più costosi mai serviti in una pausa aziendale...

Coca-Cola mette in pausa la vendita di Costa Coffee

Coca-Cola ha deciso di non procedere, almeno per ora, con la cessione di Costa Coffee. Il processo di vendita, avviato nei mesi scorsi con il supporto di Lazard come advisor, si sarebbe arenato su un punto molto semplice: le offerte arrivate dai fondi di private equity non avrebbero raggiunto le aspettative del gruppo.

Secondo le ricostruzioni circolate sulla stampa internazionale, lo stop sarebbe maturato a dicembre, dopo una fase di trattative protratta per diversi mesi. Nelle fasi finali sarebbero rimasti in corsa Bain Capital (special situations) e TDR Capital, mentre in precedenza sarebbero stati coinvolti anche altri nomi del private equity.

Il tema vero, però, è la distanza tra desiderata e realtà. Nelle indiscrezioni emerse in estate, Coca-Cola avrebbe immaginato un incasso nell’ordine di circa 2 miliardi di sterline, una cifra comunque lontana dai 3,9 miliardi pagati nel 2018 a Whitbread per portarsi a casa Costa Coffee. Traduzione non ufficiale, ma piuttosto chiara: vendere sì, però non “svendere”, e quando il mercato non ti segue la risposta diventa una sola, si rimanda.

Resta il dato strategico: nel 2018 Coca-Cola aveva comprato Costa per rafforzare la sua presenza nel mondo del caffè a livello globale, con un’operazione da 5,1 miliardi di dollari. Oggi, invece, l’asset torna a essere un dossier aperto, con la prospettiva, sempre secondo quanto riportato, che il gruppo possa riaprire la partita “nel medio termine”.

 


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