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Martedì 20 Gennaio 2026

L’autogol del CEO di Selecta: “Non comprerei dal vending”

Venkie Shantaram, alla guida di Selecta dall’ottobre 2025, ha dichiarato in un’intervista (CLICCA QUI) che: “nemmeno io comprerei una Red Bull a 3,50 franchi dal distributore automatico quando è disponibile a un prezzo notevolmente inferiore nel negozio accanto”.

Che un’affermazione del genere arrivi dal CEO di un colosso del vending, e non da un commentatore qualunque, rende il tutto ancora più surreale. Non è una frase infelice né una provocazione estemporanea, ma un autogol comunicativo che rivela una comprensione quantomeno superficiale di come funzioni questo canale. E non stiamo parlando di un dettaglio marginale, ma di uno dei suoi principi fondanti.

Nel vending non si paga solo il prodotto. Si paga il servizio, il contesto e il momento. Una lattina acquistata in stazione è refrigerata, pronta al consumo immediato, non a temperatura ambiente come quella prelevata da uno scaffale di supermercato. Dietro quella refrigerazione ci sono investimenti, consumi energetici, manutenzione e responsabilità operative. È disponibile quando hai pochi minuti, un treno da prendere e nessuna intenzione di fare la spesa. Mettere sullo stesso piano queste due situazioni significa ignorare completamente il valore dell’esperienza d’acquisto.

Nel prezzo finale c’è poi un elemento strutturale del vending che sembra improvvisamente scomparso dal radar: il ristorno. I distributori automatici non sono lì per caso. Sono lì perché qualcuno paga per esserci. In stazione, come in aeroporto, negli ospedali o nelle grandi sedi pubbliche, lo spazio ha un valore economico preciso, spesso elevatissimo, che il gestore riconosce al concedente. Quel costo entra nel prezzo del prodotto ed è una componente imprescindibile del modello. Far finta che non esista è preoccupante.

E poi c’è il luogo, che nel retail non è un’opinione ma una regola di mercato. La stessa bottiglia d’acqua può costare cinquanta centesimi in un discount, un euro e cinquanta in stazione, tre euro in aeroporto e cinque euro in un ristorante. Nessuno si scandalizza, nessuno sente il bisogno di dichiarare che non la comprerebbe. Cambia il contesto, cambia il prezzo, cambia il valore percepito. È sempre stato così e continuerà a esserlo, anche nel vending.

Il problema quindi non è il prezzo della Red Bull. Il problema è il messaggio che passa. Raccontare il vending come se fosse un supermercato sbagliato, caro e fuori mercato significa delegittimare il canale, rafforzare stereotipi duri a morire e offrire argomenti a chi da anni lo considera un ripiego. Un racconto che finisce per scaricare sulle spalle di gestori e operatori una narrazione tossica, difficile poi da smontare sul campo.

Perché se anche il CEO afferma pubblicamente che lui, per primo, non comprerebbe dal distributore automatico, la domanda successiva è inevitabile. Perché dovrebbe farlo il consumatore?

Criticare il proprio modello può essere legittimo. Farlo senza spiegare le regole del gioco lo è molto meno. Il vending non compete sul prezzo puro, non lo ha mai fatto. Compete sulla disponibilità, sulla presenza nei luoghi ad alta intensità di consumo, sulla risposta immediata a un bisogno. Negarlo pubblicamente non è realismo, è una semplificazione pericolosa.

E come spesso accade, il conto non lo paga chi rilascia l’intervista, ma chi il vending lo fa davvero ogni giorno, sul campo, tra ristorni, costi energetici, logistica, manutenzione e margini sempre più sottili. Chi guida un colosso del vending dovrebbe ricordarselo, prima di spiegare al mondo perché non comprerebbe dal vending stesso.


Foto: Peter Matthews / Watson

Fulfil sceglie il vending per raccontare la nuova campagna con Jasmine Paolini

Da oggi e per quattro settimane è online su Connected TV e sui canali social la nuova campagna digitale di FULFIL con Jasmine Paolini, ambassador di marca. Una campagna che, oltre a rafforzare il legame del brand con il mondo del tennis, utilizza in modo esplicito e creativo il distributore automatico come elemento centrale dello storytelling.

Nel video di lancio la grinta della campionessa diventa linguaggio narrativo. Paolini si accorge della presenza sul fondo del campo di allenamento di un distributore automatico FULFIL completamente brandizzato e colpisce più volte con la palla fino a ottenere il prodotto, che poi consuma con soddisfazione. Il vending non fa da semplice sfondo, ma viene messo in scena come punto di accesso immediato all’energia, coerente con i valori di performance, determinazione e praticità che il brand associa ai propri prodotti.

La campagna è dichiaratamente rivolta anche al canale vending, chiamato in causa come ambiente naturale di consumo e come leva di comunicazione, un touchpoint visibile e riconoscibile all’interno di una strategia di marca consumer.

Secondo la comunicazione diffusa in queste ore, l’investimento digitale vuole essere uno stimolo per continuare a credere nell’offerta FULFIL all’interno del business vending. Una scelta che conferma come i grandi brand inizino a utilizzare l’automatico non solo per vendere prodotto, ma per costruire immaginario, rafforzare posizionamento e parlare in modo diretto a un pubblico sempre più attento a contenuti, contesto e qualità dell’esperienza di consumo.

 


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