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Martedì 3 Febbraio 2026

Vending verso il 2029: crescita lenta e margini sempre sotto pressione

Le previsioni sul futuro del vending italiano fino al 2029 arrivano da un’analisi di MonitoraItalia, basata sui bilanci delle principali aziende del settore e su due scenari previsionali distinti. Uno più favorevole, l’altro decisamente più prudente. In entrambi i casi, il messaggio è chiaro: il settore continuerà a muoversi, ma la vera sfida resterà la marginalità.

Secondo lo scenario più favorevole elaborato da MonitoraItalia, il fatturato complessivo del vending dovrebbe crescere in media di circa il 2,5% all’anno nel periodo 2025–2029. Un aumento graduale, distribuito lungo tutto il quinquennio, che descrive un settore ancora in crescita ma ormai maturo, dove le accelerazioni del passato non sono più all’orizzonte.

Tra il 2026 e il 2029 i margini restano sotto pressione, con costi difficili da comprimere. Il miglioramento, per chi ci riuscirà, sarà lento e tutt’altro che scontato. Anche nello scenario migliore, la redditività è attesa in recupero progressivo, senza però un ritorno rapido a livelli di comfort.

Accanto a questo quadro c’è anche uno scenario più critico, sempre elaborato da MonitoraItalia, in cui la crescita dei ricavi si affievolisce progressivamente fino quasi a fermarsi nel medio periodo. In questa ipotesi, il risultato operativo delle aziende peggiora lungo tutto l’orizzonte 2025–2029. Tradotto: si continua a lavorare, ma con margini sempre più sottili e con sempre meno spazio per assorbire errori, aumenti di costo o imprevisti.

Le previsioni al 2029 non raccontano quindi un vending in crisi, ma nemmeno un settore facile. Il mercato appare sempre più selettivo e destinato a premiare solo le gestioni più strutturate, capaci di controllare i costi e leggere con attenzione i numeri. Per tutti gli altri, il rischio è di arrivare al 2029 ancora operativi, ma con sempre meno ossigeno.

Plastica riciclata, quando le politiche europee spengono gli impianti

Per anni la politica europea ha spinto sul messaggio del plastic free come soluzione semplice e immediata, colpendo anche il vending con divieti, limitazioni e una narrazione spesso ideologica. Oggi però emerge un dato difficile da ignorare: mentre si parlava di economia circolare, in Europa gli impianti di riciclo della plastica stanno chiudendo (CLICCA QUI) e la plastica riciclata viene sempre più spesso acquistata all’estero.

Il problema non è il materiale, ma il sistema. Il risultato è che produrre plastica riciclata in Europa spesso costa più che importarla da Paesi extra UE, dove i vincoli ambientali e industriali sono diversi. Così la materia prima seconda, che avrebbe dovuto essere il pilastro dell’economia circolare, diventa una commodity globale, acquistata dove costa meno, indipendentemente da dove e come viene prodotta. In questo contesto, le quote obbligatorie di contenuto riciclato rischiano di trasformarsi in un boomerang per l’industria europea.

Nel vending questo schema lo conosciamo bene. La spinta contro la plastica ha tolto prodotti, creato confusione e penalizzato un canale senza costruire alternative solide. Ora si scopre che la sostenibilità raccontata non ha retto alla prova dei numeri e del mercato, e a pagarne il prezzo sono ancora una volta i settori più esposti come il nostro.

 


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