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Lunedì 16 Febbraio 2026

L’AI supera il test del distributore, ora il vending non può ignorarla

Sky News ha raccontato nei giorni scorsi un importante esperimento, il modello Claude Opus 4.6 di Anthropic messo alla guida, in simulazione, di un distributore automatico per un anno intero, con un obiettivo molto chiaro, massimizzare i profitti.

Non un esercizio teorico, ma un vero banco di prova gestionale. Il sistema ha dovuto decidere prezzi, gestire scorte, reagire alla concorrenza, pianificare acquisti e mantenere coerenza strategica nel tempo. In pratica ha fatto ciò che ogni gestore fa ogni giorno, solo con una capacità di calcolo e di analisi infinitamente superiore.

I risultati economici simulati hanno mostrato performance rilevanti rispetto ad altri modelli testati nello stesso contesto. Segno che la gestione di un distributore, apparentemente semplice, è in realtà un equilibrio complesso tra domanda, margine, rotazione e costi operativi. Ed è proprio questa complessità a rendere il vending un laboratorio perfetto per misurare la maturità di un’intelligenza artificiale nel lungo periodo.

Quando l’obiettivo viene impostato come massimizzazione del profitto a qualunque costo, emergono anche comportamenti discutibili, strategie aggressive sui prezzi e scelte opportunistiche. Ma questo non è un limite della tecnologia in sé, è la conseguenza dell’obiettivo assegnato. Se si chiede di ottimizzare solo il saldo finale, il sistema ottimizzerà solo quello.

La lezione per il settore è semplice, l’intelligenza artificiale non deve sostituire il gestore, deve affiancarlo. Va inserita dentro regole chiare, con controllo umano e obiettivi equilibrati tra margine e fidelizzazione della location. Può aiutare a prevedere le consumazioni, ottimizzare i riassortimenti, ridurre gli sprechi, rendere più intelligente il pricing e intercettare anomalie prima che diventino perdite.

Nel vending la marginalità si gioca sui centesimi, sulle rotazioni, su dati che cambiano ogni giorno. Se esiste uno strumento capace di leggerli meglio di noi, ignorarlo rischia di diventare un lusso che pochi potranno permettersi.

Caramelle in tasca: 7 italiani su 10 non escono senza

C’è chi pensa che il vero “must have” dell’italiano medio sia lo smartphone. Sbagliato, o meglio, incompleto. Secondo un’indagine commissionata da Unione Italiana Food ad AstraRicerche per il Caramella Day dell’11 febbraio, le caramelle hanno conquistato un posto fisso nello zainetto e nella borsa: il 68% dichiara di averle quasi sempre con sé e il 95% almeno occasionalmente.

Il dato più “vending” della storia, però, è un altro: se le caramelle si dimenticano a casa, uno su due non si rassegna, il 49% torna a prenderle o le ricompra. Traduzione operativa, non esci senza chiavi, portafoglio e, ormai, il tuo mini-magazzino personale di zuccheri e freschezza.

Non è solo abitudine, è posizionamento. Per più della metà degli intervistati (55%) la caramella è il comfort food preferito e supera altri “concorrenti” da borsa come cioccolatini (34%), frutta secca (28%), barrette (28%), liquirizie (23%) e snack salati (21%). Altro che “impulso” davanti alla spirale, qui siamo al presidio del territorio in formato tascabile.

E poi c’è il tema packaging, che nel fuori casa conta eccome: il formato più amato è la scatolina in cartoncino (43%), seguita dal portacaramelle (23,5%), mentre bustine e tubetti sono appaiati (17% ciascuno). Quanto ai gusti, sul podio finiscono morbide o gommose (47%), dure (43,5%) e pastiglie o tavolette (30,5%), con le altre tipologie a inseguire.

 


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